Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma
La cruda realtà è che questo blog è destinato in qualche modo a chiudere, prima o poi. E direi che oggi come oggi questo prima è molto probabile e potenzialmente molto vicino.
Come ci ha insegnato Lavoisier, comunque, niente paura. Un giorno stamperò e rilegherò tutto questo, e il backup digitale durerà in eterno (si spera, millennio più millennio meno). La fase di transizione è tra le più importanti e di conseguenza è necessario fare le cose con criterio, calma e lungimiranza.
Penso che una svolta personale e professionale sia decisamente alle porte… e ciò che più conta, e mi preme, è l’integrazione di tutte le varie e nuove forme di comunicazione e condivisione che ho cominciato a usare e sto usando. Queste appendici, questi arti, queste estensioni di ciò che state leggendo – vale a dire da Twitter in su – dovranno in qualche modo far parte in modo migliore di tutto questo insieme di pensieri, parole, opere e omissioni che è il sottoscritto.
Vedremo cosa salterà fuori.
Poi dice che uno/a si sente solo/a
Da un po’ di tempo a questa parte mi è capitato di leggere più volte una certa frase in alcuni profili di ragazze, su alcuni social network e su profili vari, a m0′ di status, citazione, eccetera. Non sapendo a chi attribuirla Google mi viene in aiuto suggerendomi che la paternità della stessa è da riconoscere a Jonathan Carroll nel suo libro Mele bianche. La frase è questa:
«Alcune donne sono fatte per essere venerate, altre per essere scopate. Il problema degli uomini è di non saper distinguere le une dalle altre.»
Bene. Io non so in che contesto questa frase si inserisca nel libro, né mi interessa il significato che potrebbe avere e bla bla bla. Riprendo questa frase nello stesso modo in cui viene ripresa dai soggetti cui mi riferisco. Come si potrà bene immaginare, il senso con il quale questa frase viene il più delle volte riportata dalle succitate donne è qualcosa del tipo «Non sono una puttana, sono una dea. Stronzo/i».
Ecco, a mio modesto parere l’atteggiamento che emerge da questo tipo di chiamiamola-logica è quanto di più rappresentativo del (generale) rapporto tra uomini e donne nella società occidentale di oggi – quella stessa società che si vanta di essere moderna e di cercare di raggiungere l’uguaglianza dei sessi. A causa di questa classizzazione estrema, di questa visione senza grigi, di questa idea e pretesa continua di avere solo diritti e cose dovute, e a causa di questa effettiva incapacità (di noi tutti) di equiparare l’uomo alla donna scadendo in banali stereotipi o esagerando con assurde beatificazioni; siamo arrivati a concepire e giustificare donne irresponsabili e ipocrite, e uomini arrivisti e incoscienti.
Questa è una cosa che a me, onestamente, fa letteralmente schifo. E pena.
Essere incondizionatamente venerate (o venerare incondizionatamente)? Sbagliato. Essere scopate (o scopare) e basta? Sbagliato. Questi sono e resteranno sempre rapporti instabili e non equilibrati.
Quindi, in sostanza, è inutile che vi lamentate: il tutto dipende da come vi ponete e da cosa decidete di fare.
E se non si fosse capito, odio quando qualcuno prende qualcosa – come in questo caso una frase (o, peggio, solo parte di essa) – per farne il suo scudo protettivo e giustificazione suprema: vi dimostrate solo per quello che siete. Insulsi.
Elitarietà
Personalmente mi ritengo una persona con tanta voglia di conoscere altre persone. Altri simili, sì, ma anche altri diversi da me. Immagino che anche per chi mi conosce questa asserzione possa non rivelarsi immediatamente evidente, soprattutto in certi periodi, ma, se vi fidate come dovreste, questa è una cosa che vi posso garantire ad una percentuale parecchio alta. È vero e certificato comunque che, essendo una persona abituata da sempre – e spesso per mia stessa indole – ad un certo tipo di “solitudine”, “introspezione” eccetera, io spenda sempre un’assurda quantità di energie (nel senso ampio del termine) nello stare in compagnia a socializzare. Ma è vero anche che non sono una persona asociale e refrattaria ad amicizie e divertimenti di gruppo vari, tant’è che la dimostrazione di ciò si palesa da sola considerando che se delle volte non organizzo io certe cose non le organizza nessuno. Ok: ammetto di essere anche molto spesso tremendamente esigente ma, cazzo!, non butto nel cesso dei principi di coerenza nella mia vita, e inoltre ho bisogno di un minimo di stimoli per sopravvivere alla noia e alla disperazione.
Tutta questa noiosa premessa mi serviva solo per dire una semplice cosa. No, non è vero: mi è servita anche per rendere più lungo questo post e confermare a me stesso delle cose, ma tornando al punto…
Odio e trovo scandalosamente inutili e brutti quei sandali da donna che vanno tanto di moda quest’estate. Quelli di cui non so il nome (ma spero per l’universo che non esista veramente un nome specifico per quelle cose, se non “cagate”) ma che so partono dalla pianta del piede in stile “schiava” e finiscono sulla caviglia avvolgendola più o meno abbondantemente facendola sembrare un hot dog gigante. Sono tendenzialmente di color cuoio, o comunque di qualche gradazione di marrone, e credo fermamente che siano una delle calzature estive più stupide mai inventate – subito dopo i sandali alla tedesca e le infradito con i cordoni larghi dieci centimetri e più. Perché? Perché se uno si vuole comprare una calzatura estiva atta ad essere più aperta e fresca possibile non vedo perché debba comprarsi una specie di sciarpa per la caviglia.
Comunque scusate, il punto non era quello: mi sono fatto trasportare da un sentimento che volevo esternare da parecchie settimane.
Il punto è che per quanto io mi stia sforzando di conscere gente nuova, di portare pazienza, e di credere alla buona fede della persona in quanto tale, continuo a vedere solo merda in giro e schifo nella gente. E mi chiedo: possibile che la gente faccia così pena e pietà, sempre più? E mi rispondo: a occhio, sì. Tanto che onestamente, questa mia propensione frutto effettivamente quasi esclusivamente della mia volontà, si sta seriamente affievolendo e in sostanza scomparendo. Sono stufo di voi, di tutti. Sono stufo di ipocrisie e falsità, e soprattutto sono stufo di sopportarle. Ragion per cui, in quanto minoranza, intendo opporre d’ora in poi tutta la resistenza di cui sono capace; pur cosciente che questo potrà facilmente portarmi ad un’insofferenza maggiore, ad un inasprimento di alcuni comportamenti, e ad una estremizzazione di altri. Guerra volete, guerra otterrete.
Au revoir Rovereto
Scrivere un post del genere, ora, per me non è per niente facile. Troppe emozioni, troppi pensieri e troppi sentimenti impossibili da racchiudere in poche righe. Come spesso mi capita di pensare, per ere come quella appena finita sarebbe necessario scrivere un libro. O, come va di moda ultimamente, una serie di libri: una saga, una trilogia… o un’epica del genere.
È difficile per me scrivere tutto questo, oggi, anche e soprattutto per una serie di ragioni non del tutto simpatiche e positive, che sono del resto anche (parte del) la causa di questo temporaneo (?) allontanamento dalla “scrittura”, dallo sfogo, dall’aggiornamento, … dal blog vero e proprio – non sono neanche riuscito a scrivere un post in occasione della laurea tanto inseguita! Ma è una cosa che sento di dover fare, e che è giunto il momento di compiere in tutta la sua solennità. No ok, non proprio tutta: vi e mi risparmio altri paragrafi come questo.
Venerdì scorso (30 luglio 2010), con la consegna delle chiavi di casa al rispettivo proprietario, è ufficialmente finita la mia era roveretana. Proprio a un’era penso quando considero questo periodo della mia vita; non credo di esagerare. Con quest’estate termina il mio primo (si spera) ciclo universitario, e terminano di conseguenza cinque anni di vita in Trentino. Cinque anni intensi ed indescrivibili, che mi piace chiamare trentini ma che in realtà racchiudono anche i sei mesi di Erasmus in Belgio e i sei mesi da pendolare – che non sono poco a livello di avvenimenti ed eventi. Questo blog li ha visti tutti questi cinque anni: più o meno da vicino, più o meno approfonditamente.
Come detto sono stati cinque anni, spezzati dall’esperienza europea, di vita a Rovereto, in provincia di Trento – sede della mia unica e pittoresca facoltà universitaria di Scienze Cognitive. E, cosa importante e non da poco, cinque anni con uno stesso coinquilino in comune: due anni in una casa, un anno tra Erasmus di entrambi e ospitate varie, e ultimi due anni in un’altra casa. Sempre a Rovereto, e sempre su e giù da casa per almeno un weekend ogni altro. Anche questo distacco, quindi, è molto molto triste. Anche se…
Da settembre aria nuova, ma non necessariamente migliore (in quanto a qualità della stessa): si passerà quasi sicuramente a Milano, sponda Bicocca, per una nuova ed entusiasmante avventura dal titolo “La Special… ehm, Magistrale”. La storia che mi porterà in terra meneghina è lunga e come promesso ve la risparmio, ma sappiate che c’è di mezzo una specialistica già “iniziata” a Rovereto, una domanda di iscrizione quasi portata a termine – ma distante 10000 euro – per Eindhoven, e una quasi svolta a Siena. Then, Milan: per caso, all’improvviso. Ma ne riparleremo.
Intanto, un doveroso saluto e ringraziamento all’ormai mio Magico Trentino: gioie e dolori; vita ed esperienze; accoglienza e possibilità. Non è finita nel migliore dei modi, ma Rovereto resterà sempre nel mio cuore come una “seconda” casa – al di là della banalità del pensiero. Ma non abbandono quella terra, anche se sarà dura tornare tutte le volte che tornerò (e saranno tante, da subito!): la nostra relazione non è finita qui, ma anzi c’è una buona possibilità di restare legati per sempre.
Ma ora basta lacrime.
Disordine mentale bloggoso
Questo blog ha ora tutti i tag perfetti: al maschile singolare per quanto possibile, nomi e sintassi giuste, eccetera eccetera. Ok, forse non perfetti, ma sistemati. Esclusi quelli di questo post, i tag sono ora 3673; ed erano molti di più.
Sono stati lunghi mesi.
La risposta alla vostra domanda è, probabilmente, “Sì, lo sono”.
E il fatturato si impenna
Fossi una medio-grande azienda italiana, invece di sputtanare soldi in assurde, faraoniche e inutili sponsorizzazioni come ad esempio quelle alla nazionale di calcio (una a caso), prenderei i miei milioncini stanziati per la pubblicità e li utilizzerei per installare in sistema di condizionamento decente su più treni di Trenitalia possibile — dando precedenza chiaramente alle tratte piene di pendolari: come unico (auto)riconoscimento affiggerei una targa in ogni carrozza con su scritto una frase del tipo “Questa carrozza ha l’aria condizionata, grazie a [NomeAzienda]“.
E poi vediamo.
Un quarantadue al contrario
Compiere un numero pari di anni, da qualche tempo, mi mette sempre una certa tristezza mista a depressione. Poco è poi il sollievo di constatare che i ventiquattro di quest’oggi potrebbero essere letti come il contrario del nostro amatissimo 42… infatti più che risposta alla vita, l’universo e tutto quanto, oggi come oggi (e mai più di oggi) mi ritrovo fin troppe domande senza un minimo di indizio. Ma va be’, vorrà dire che avrò di che cercare e pensare nella vita: di certo non mi annoierò.
Tra l’altro, caro 2010, mi stai facendo tribolare più del previsto infastidendomi notevolmente. Una piccola svolta è stata segnata, però, e proprio in un momento di crisi mistica che più nera non si poteva: l’augurio quindi che mi faccio, sempre caro 2010, è di girare questa boa ora e di mettertela in culo al più presto… con penetrazione finale e definitiva tra settembre e ottobre. Get prepared.
E vediamo di costruirci un’estate dignitosa, su.
Tanti auguri a me: è proprio il caso di dirlo ‘sto giro.
Se questo blog si potesse aggiornare da solo
Lo avrebbe fatto.
Ma c’è qualcuno dietro, e questo qualcuno… ah, se sapeste cosa è passato e sta passando per la mente a questo qualcuno! Periodi neri, idee malsane, decisioni dolorose ma probabilmente inevitabili; ma anche momenti lucidi, estemporanee luci ad intermittenza.
Il futuro è prossimo, ma non sicuro. E che ne sarà di questo blog?
COMPLEBLOG VII
Imbarazzante, non so cosa dire.
Questo blog compie oggi 7 anni di vita.
Rimando i commenti e le considerazioni su questa specie di traguardo, e sulla laurea finalmente conquistata la settimana scorsa, ad un prossimo noiosissimo post. Eh sì.
G come paura
Terrore è: entrare in bagno e, dopo i due secondi necessari a varcare la porta e girarsi verso lo specchio, sentire un rumore meccanico e poi uno sbuffo provenire da dietro la schiena.
Bestemmiare è: accorgersi che era solo il Glade Sense & Spray appena comprato, con sensore di movimento.