Solitudini interiori

Chi lo sa, forse è vero che siamo soli. Soli soli soli, nel mondo, nell’universo. Siamo soli nell’immenso vuoto che c’è, come cantava Raf. Forse è vero. E forse è pure inquietante: e non tanto perché lo è, ma perché l’ha capito anche Raf e mi tocca citarlo in questa maniera.

Siamo soli in fondo all’universo senza un perché, giusto; e al contempo al centro dell’universo, avvolto, visto che effettivamente la realtà è che siamo noi il perno e il punto focale di ciò che ci (non)circonda. E’ vero anche che siamo condannati a dare un senso al nulla, senza dubbio, da che mondo è mondo; e questo ci pone davanti all’annosa domanda: ma questa voglia di esplorare il vuoto, in fondo, cos’è? È forse il vuoto che è dentro di me? Invero c’è chi questa voglia, per paura, non ce l’ha, e non si può altro che capirli, e per questo vaghiamo nei deserti dell’anima, chi più chi meno. Vaghiamo così tanto, e da così tanto tempo, che non ce ne accorgiamo neanche più. E questa cosa amplifica la sensazione di disagio e vuoto.

Dopotutto questo deserto lo si deve pur arredare, riempire. Gli si deve dare un significato, un senso, una valenza. Siamo noi, è casa nostra, sono le nostre cose, sono i nostri amici, è la nostra famiglia, le nostre voglie, i nostri desideri, i nostri gusti, i nostri limiti, le nostre paure. E’ tutto. Ed è niente. Cerchiamo di riempirlo, ma è sempre vuoto (in fondo è un deserto). Allora magari ci illudiamo che lo stiamo tenendo in stile minimal, essenziale. O cerchiamo di riempirlo di gente a caso per non vederne la vastità. Oppure ancora coltiviamo il pezzetto che più ci è vicino il meglio possibile, assicurandocene costantemente salute e sicurezza creandoci la nostra personale oasi. Questo deserto possiamo però anche analizzarlo, scoprirlo, andare nel profondo di ogni angolo che vediamo all’orizzonte; andare in cima e alla base di ogni duna; cercare ogni minimo sentiero percorribile tentando di non incappare (o eventualmente proteggerci) dalle tempeste di sabbia. Illudendoci comunque eh, chi lo sa, visto che in ogni caso ci proteggiamo vita natural durante con indumenti che ci permettono di stare sempre sotto questo sole; ma almeno riempiamo questo deserto dovunque andiamo, esplorando. Coltiviamo e riempiamo, coltiviamo e riempiamo. È questo ciò che facciamo e che faremo sempre, prima di tutto da soli e per noi stessi, e poi anche in compagnia. Ed è nostra prerogativa farlo sempre nel miglior modo possibile, di volta in volta, avendo cura di fare tesoro della nostra esperienza, considerando il passato costruendo il presente e guardando al futuro. Perché potremmo pur non capire mai il perché dell’esistenza di questo vuoto, ma possiamo man mano capirne il senso riempiendolo.

Il concetto è quello del gioco dell’annerire i puntini: più colori, e meglio lo fai, più capisci cosa questo significa. Non sapremo mai chi è l’enigmista che ha creato questo deserto, come lo ha fatto e perché ce l’ha messo lì (facciamo finta che sia un nostro grande amico ed estimatore), ma se coloriamo bene in lungo e in largo sapremo cosa ha voluto comunicarci.

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07. gennaio 2009 by nORgE
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