Qua la gente non sa più quando stiamo andando su questa tera. Qua la gente non sa più quando stiamo facendo su questa tera
Credo che il segreto della vita sia quello di non chiedersi quale sia il segreto della vita, perlomeno secondo le mie ultime considerazioni e/o riflessioni.
La cosa fondamentale secondo me, invece, è chiedersi quotidianamente cosa vogliamo farci noi con questa vita. Chiedersi “Io, ora come ora, cosa voglio fare? E cosa voglio per il mio futuro, veramente?”, credo sia quantomeno salutare, ma allo stesso tempo mi sto convincendo per esperienza del fatto che sia un pilastro mentale importantissimo nella condizione di un’esistenza. Anzi, più che un pilastro: delle fondamenta. I pilastri sapete da cosa sono costituiti, invece? Dalla risposta che diamo a questa/e domanda/e. La risposta è anch’essa essenziale in questo processo interiore, perché anzitutto dobbiamo capire se siamo in grado di darla, sempre a noi stessi, questa risposta. Il che non è banale. Poi c’è tutto ciò che ne consegue, o ne dovrebbe conseguire; ma a questo in caso c’è da dedicare un’altra e forse più lunga considerazione.
La domanda con la quale ci chiediamo in fondo quali sono i nostri desideri e le nostre aspirazioni, credo fermamente sia un passo obbligato e necessario, oltre che doveroso e possibilmente più periodico possibile. Credo sia indice di maturità, o anche solo di approccio alla dinamica che porta alla vera consapevolezza adulta. Chiedersi è basilare, rispondersi forse di più. Dalla risposta — ammesso che siamo capaci di fornircela — possiamo capire meglio noi stessi e il nostro cammino, sia quello già alle nostre spalle (la famosa strada percorsa) o quello intrapreso/da intraprendere. Chiediamoci cosa vogliamo fare (da grandi?), e sapremo a che punto siamo arrivati.
You have the look of a man who accepts what he sees because he’s expecting to wake up
Una cosa fondamentale che credo la gente debba capire, e bene, è che c’è una grossa differenza tra i termini “alzarsi” e “svegliarsi“. È chiara, semplice ed evidente, peraltro.
Io, ad esempio, mi posso pure alzare alle nove di mattina (quindi all’alba) se proprio devo; ma ora che mi sveglio seriamente, e mentalmente, è già tempo di pranzare. Anzi, forse è proprio la fame che mi sveglia veramente. Prima c’è tutto un lungo processo — a volte è solo un tentativo — di connessione al mondo. Se ci metto un po’ non è del tutto colpa mia: sono ancora un po’ troppo analogico, portate pazienza.
Ma probabilmente parlo solo per me
Diciamoci la verità: i blog, Twitter, Facebook, i forum, i commenti, eccetera eccetera, hanno avuto e stanno avendo successo per una singola ma fondamentale ragione. Ora, in sostanza, la gente può finalmente dire/comunicare qualcosa avendo la certezza che qualcuno, anche solo per sbaglio e/o anche solo per un centesimo di secondo, questa volta lo prenderà in considerazione. La certezza di essere “ascoltati”, una volta tanto. O più brutalmente, possiamo fare in modo che qualcuno ci caghi, finalmente.
Siamo un popolo di frustrati, comunicazionalmente parlando. E forse, per le stronzate che anche solo ci passano per la mente, al 99% ce lo meritiamo anche.
So say we all
È finito Battlestar Galactica.
Finito finito. Il series finale è andato in onda oltreoceano un paio di settimane fa, ed io ho recuperato e visto la seconda parte di questa ultima quarta stagione in questi giorni. Ultima (doppia) puntata vista oggi, con tutto ciò che ne consegue: emozioni, aspettative, lacrimucce, velo di tristezza, e serenità finale. È finito.
Uno spettacolo di telefilm è finito, e con esso un periodo di due-tre anni nel quale l’ho seguito orgogliosamente. Un ottimo serial, un ottimo periodo. Battlestar è da consigliare a tutti, incondizionatamente; ma non è da tutti, il che crea una sottile ma fondamentale differenza.
Battlestar è finito, e con esso l’avventura dei nostri eroi, inseguiti dai Cylon e da loro stessi, in cerca della sopravvivenza nonché di un nuovo inizio. È finita l’era dei “Frak!” ad ogni piè sospinto, dei “CAG”, dei “Chief”, degli “Admiral”, degli “XO”, dei Raptor, dei Cylon skinjobs, delle profezie, della Terra, degli dèi di Kobol, delle dodici più una colonia, di Caprica City, del Colonial One, della Roslin, degli Adama, di Starbuck, dei fogli con gli angoli tagliati, dell’alcol grondante, dei militarismi, dei presidenti, delle rivoluzioni, delle guerre, dei combattimenti, del Dradis, di Gaius Baltar, della bionda, dei motori FTL, della tecnologia paradossale, delle resurrezioni, delle flotte, delle scelte, delle occasioni, delle tute, delle cabine, della Pegasus,.. della nostra meravigliosa Galactica.
Come leggevo in giro pochi giorni fa, il mondo ora è un po’ più triste e un po’ più insulso senza Battlestar Galactica. Sarà un po’ meno, d’ora in poi. E a me mancherà molto: mi mancherà una delle migliori serie televisive di tutti i tempi.
“What do you hear, Starbuck?”
“Nothing but the rain, sir.”
“Then grab your gun and bring the cat in.”
“Boom, boom, boom!”William Adama, Kara Thrace
L’Italia è decisamente il paese più adatto
No ma facciamo pure centrali nucleari e ponti sugli stretti.
Facciamoli.
Ma chi ve la fa fare
Parliamoci chiaro: finitela. Finitela di intasarmi l’ultimo Bologna-Brennero della domenica sera, che mi girano i coglioni a non poter allungare le gambe.
Stavo tanto bene io fino a sei mesi fa quando prendevo questo treno trovandolo meravigliosamente deserto, tranquillo e silenzioso (perlomeno nelle carrozze alle estremità), perché caspio me lo riempite tutto adesso? Cos’è, c’è la moda di viaggiare la domenica sera adesso? Tornatevene ad ammassarvi di giorno sugli altri treni, e lasciatemi le mie due ore di relax settimanale.
Diciamocelo
Siamo un, anzi IL, paese con il, anzi UN, Gabibbo: ma dove cazzo vogliamo andare?
E a noi tocca tenere la Puma per altri cinque anni
Sempre detto io che quelli della Umbro ne sanno a pacchi..
È stata presentata la nuova maglia della nazionale inglese di calcio, tailored appunto dall’azienza di Manchester — recentemente rilevata dalla Nike. Ho sempre apprezzato molto i lavori della Umbro in ambito di divise calcistiche, quindi in quanto fan, pur non dimenticando alcune cadute di stile e/o errori, godo particolarmente ogni volta quando periodicamente si presenta l’occasione di ammirare un nuovo lavoro da questa realizzato.
Era da tanto che non mi piaceva così tanto un home kit di una nazionale (anche se quello della Spagna campione d’Europa non era niente male) (ma quello nuovo per la Confederation’s Cup è un abominio) che quasi sono stupito di ritrovarmi nuovamente fiducioso del genere umano e delle sue creazioni propriamente stilistiche. Non una fucking polo come è stata apostrofata, ma una genuina e splendida consapevolezza di ciò che significa “divisa nazionale”. Pura, in tutti i sensi.
Taking initial inspiration from the all-white strip worn in the 1966 World Cup semi-final against Argentina, the new kit is a stunning statement of confidence in pure, unadulterated, white-on-white. Even the star representing England’s 1966 World Cup victory is in tonal white. The only colours on display are a red Umbro logo and the newly-designed, light blue ‘Three Lions’ Crest, as a beacon of pride on each player’s chest.
Every detail on the kit has been considered: from the easy-hanging, darted shoulders and ribbed, vented underarm, to the flattened inside seams; from the single-button placket collar to the layout of the airflow vents (which are arranged in the pattern of the roses on the Crest). Every detail is designed purposefully for ultimate performance and stylish appearance.
Insomma, una perla inestimabile.
Finalmente.
It’s not about coming back. It’s about looking forward
È già passato un anno e rotti giorni, dal mio ritorno in Italia dopo i sei mesi di Erasmus in Belgio. Ed è da un po’ che penso a questa cosa, a questa specie di anniversario.
A settembre era un anno che ero partito, ora è un anno che sono tornato. Differenze, letteralmente, sottili e al contempo infinite. È da un po’ che ci penso, ed è da un po’ che penso a cosa è successo: come è andata, come è stato, e/o come è andato quel particolare periodo e questo particolare anno. Sono successe tante cose, ne ho capite tante altre, ne ho fatte altre ancora. E il bilancio, in fin dei conti, è decisamente positivo; come del resto posso dire per il resto del 2008 e per questo inizio 2009. Decisamente positivo, sottolineato con decisione, fierezza, e serenità. Senza timori.
COMPLEBLOG VI
Oggi questo blog compie SEI ANNI. 6. Six. Sechs. Seis. Seks.
Fortuna che c’è chi compie gli anni prima di me, così posso riempire questo blog anche con cose decenti come questa:
Quando ha aperto [questo blog] in Italia c’erano poche centinaia di blog (ora ce ne sono quasi 3 milioni – fonte), Splinder era nato da poco, Blogspot non era ancora stato comprato da Google e WordPress non esisteva. Niente MySpace, Facebook o Twitter: il social network online era un concetto esotico e un po’ improbabile (il paragone più vicino erano i newsgroup, le mailing list oppure le chat di mIRC), e chi metteva il proprio nome e la propria faccia in rete, se non lo faceva per lavoro, era sicuramente uno sfigato. I contenuti multimediali erano i pesantissimi video in Quicktime o gli scattosi streaming di RealPlayer che ogni 3 secondi entravano in buffering; altro che YouTube. Gli MP3 già c’erano da un po’ (troppa grazia se erano a 128 Kbps, però), ma giravano per lo più sulle reti di file sharing come Napster (che però era già morto da 2 anni), Audiogalaxy (già morto pure quello), WinMX e l’inossidabile Soulseek, e sul web ancora si trovava poco o niente. L’indie era un concetto che aveva ancora un senso preciso, e Pitchfork era solo una webzine molto ben fatta (e già molto snob), che però non poteva gareggiare con la AllMusicGuide. Wikipedia aveva pochissimi contenuti in italiano. Il non plus ultra della posta online erano Yahoo e Hotmail, e in Italia Libero e Tin.It; GMail ce la sognavamo. Le serie tv le guardavamo su Italia Uno quando Mediaset si decideva, bontà sua, ad adattarle (= macellarle) e trasmetterle; l’idea di seguirle in pari con gli States come facciamo ora era pura fantascienza. Non che ci fosse chissà cosa da guardare, peraltro: c’era ancora Friends e andava forte E.R., X-files era già finito ma la new generation con House, Lost, Desperate Housewives e compagnia doveva ancora cominciare. Avere un blog era una cosa strana, e per descriverlo agli amici lo definivo come un semplice sito (non come adesso che spesso si fa il contrario); ciononostante, il blog era già morto, non ricordo cosa fosse ad averlo ucciso (certo non Tumblr, Friendfeed o il nanopublishing) ma era già spacciato e senza futuro
[inkiostro]
Perché se dovessi scrivere qualcosa io, come sto infatti provando ora, sarebbe un gran casino — ma mi piacerebbe tanto fare un resoconto del genere anche solo per le cose che sono state scritte qui.
Prima di tutto perché, io per primo, faccio fatica a pensare a questi sei anni. Sei anni sono tantissimi, soprattutto in termini internettiani. Milleduecento post circa, poco meno di milleseicento commenti, e qualcosa come quattromila e rotti tag (questi ultimi tutt’ora in fase di standardizzazione). Un casino di roba insomma, e un casino di tempo: tanta e tanta acqua è passata sotto i ponti di queste pagine.. tante e tante parole. Parole, frasi, considerazioni, lamenti, critiche, commenti, sproloqui e tante altre cose. Spesso inutili, ne convengo. Ma è quel tipo di inutilità che piace a me, quell’inutilità molto blogger che forse sotto sotto in realtà a qualcosa serve — qualcosa che non sai mai bene come definirla ma sai che c’è ed è importante.
Le cose da dire, comunque, sarebbero un’infinità. Il concetto che sintetizzerebbe il tutto potrebbe essere quello di fratello, o di estensione.. perché se penso a questo mio blog penso a qualcosa che ad ogni modo mi appartiene. Ecco, forse è decisamente parte di me: di quello che ero, sono e sto diventando. Mi andrebbe, più che fare gli auguri a questa astrusa entità chiamata blog, fare gli auguri a me stesso. In fondo questo anniversario è un mio compleanno virtuale, tra l’altro deciso autonomamente e quindi forse più sentito. L’anniversario dell’inizio di un nuovo e diverso modo di vedere, pensare a, e considerare la vita.. insieme a ciò/chi mi sta attorno.
Auguri a me, auguri a questo POSITIVE blog, e auguri a tutti i Patrizii.