Dicere

Sabato, Agosto 30th, 2008

Dicevamo.. guarda, ti dirò: devo dire che c’è da dire che tra il dire e il fare è detto fatto. Voglio dire, non è un modo di dire, e non è nemmeno così per dire, ma lo volevo dire. Dice “si fa presto a dire a dire il vero“, ma non c’è che dire, si può dire che vale a dire non voler dire niente.. direi. Verrebbe da dire che sentirsi dire di aver detto tutto è proprio un bel dire. Voi non dite? Disse “non saprei dire”, ma diciamo che detto così è tutto dire. Contraddirsi dicendo vorrebbe dire a dir poco sentir dire fra sè stessi ‘Dimmi cosa dire!’. E poi sentirsi dire in faccia di dire una cosa per un’altra dicendo il fatto proprio.

Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perchè si ha voglia di dire qualcosa

Mercoledì, Novembre 21st, 2007

[sclero di qualche sera fa..]

C’è che le persone mi deludono.
Spesso, le persone mi deludono. Anzi, quasi sempre.

Ho realizzato questa cosa da qualche tempo a questa parte. E ora che l’ho capito, quasi me lo aspetto. Son lì che attendo fra un po’. Ci manca solo che chieda a voce alta beh, a quando la delusione?. Perché poi ho visto che alla fine è solo questione di tempo: c’è chi ci impiega meno, c’è chi ci impiega di più. Varia anche a seconda del sottoscritto, ovviamente. Dipende da quanto mi impegno per conoscere la persona in questione, quando mi interessa o mi interessa scoprire di questa. Oddio, a volte capita anche per caso. Infatti forse non è nemmeno questione di “scoprire”, è questione di “accadere”. Quando succederà?

Perché succederà . Oh, se succederà . Le persone ti deludono; sta solo a te capire perché, come, e se è una delusione “normale” -comprensibile e/o giustificabile- ed accettabile o una delusione che cambia veramente il tuo modo di vedere quella persona. Sta a te capire e decidere se passarci sopra, o no. Se ti va, vuoi, te la senti, di passarci sopra. O no.
Perché per quanto una cosa può sembrare piccola ed insignificante, per quanto una cosa a te personalmente non cambia niente del mondo fisico e nella tua realtà, per quanto una cosa è un’inezia rispetto ad altre alle quali passeresti su, per quanto possa essere comune o assolutamente normale.. se una persona.. se una certa persona.. se quella specifica persona.. la fa.. ti delude. Se quella persona si rivela tale, ti delude.

Ovviamente più a questa persona tieni, più questa delusione si fa insopportabile. Cocente, ingiustificabile, imperdonabile, incomprensibile. Più pensi di conoscere questa persona, più questo piccolo dettaglio ti smerda. Ti lascia completamente esterrefatto. Ti lascia tradito. Ti lascia dubbioso. Ti lascia senza sapere più che fare.
Che poi la cosa fastidiosa è che la delusione deriva o da un tuo errore di valutazione, o da un tuo ingenuo eccesso di buona fede, o da semplice incoerenza altrui; che se viene (o è stata) negata o nascosta, amplifica la sua magnitudo.
Spesso sono cazzate, sì. Ma cazzate che per te hanno un senso. Un grande, grandissimo senso. Senso che l’altra persona evidentemente non ha capito, e da qui la delusione. Un senso e un significato che per te magari è tutto, e che tu prendi come campione rappresentativo per il “generale”. Anche perché poi sembra quasi un affronto. No, forse un affronto no.. ma qualcosa che ti è stato fatto apposta. Prendi la cosa come personale. Non riesci a fare altrimenti.
Se non dici niente vai contro la natura, la tua natura, vivi peggio il rapporto e lo stesso ne risente non restando più come prima. Se ne parli con la persona direttamente interessata il rapporto ovviamente cambia e non torna più come prima. Di conseguenza una delusione, in quanto tale, ha una nascita ma vive in eterno. Resterà sempre lì. Qualsiasi cosa tu faccia. A seconda dei casi è rimediabile nei suoi effetti, ma la causa c’è o c’è stata e quindi ne rimane traccia indelebile.
La cosa tragicomica poi è quando si viene accusati di aver a propria volta deluso e di non essersi accorti di qualcosa di immensamente significativo per gli altri, quando invece ce n’eravamo accorti eccome e si era agito di conseguenza proprio per evitare malintesi ed incomprensioni. Ma si sa, più si cerca di fare del bene più si viene presi per malfattori. Cosa che tra l’altro fa riflettere, visto che la malafede ha radici nella propria auto-coscienza.
Alché sorge quindi la Lubranesca domanda spontanea: ma non è che a tua volta hai deluso qualcuno? O magari hai deluso te stesso? E perché? Te ne sei accorto almeno?, l’hai fatto di proposito? Come puoi giustificare te stesso o il tuo accanimento contro la delusione?
La domanda allora potrebbe diventare: è giusto e sensato il tuo risentimento? Ti ritieni deluso e parte offesa con cognizione? Chi sei tu per sentirti deluso?

Ma soprattutto, as usual: che cazzo hai appena scritto?

Edit:
..minchia cos’ho trovato..

  • La sorte di chi si è ribellato troppo è di non aver più energie se non per la delusione.
  • Di norma, gli uomini aspettano la delusione: sanno che non devono spazientirsi, che presto o tardi verrà, che accorderà loro la dilazione necessaria perché possano dedicarsi alle occupazioni del momento. Diverso è il caso del disingannato: per lui la delusione sopraggiunge contemporaneamente all’atto; non ha bisogno di spiarne l’arrivo, essa è presente. Affrancandosi dalla successione, egli ha divorato il possibile e reso superfluo il futuro. “Non posso incontrarvi nel vostro futuro” dice agli altri. “Non abbiamo un solo istante che ci sia comune”. Perché per lui l’insieme del futuro è già qui.
  • Quando si scorge la fine nel principio si va più in fretta del tempo. L’illuminazione, delusione folgorante, dispensa una certezza che trasforma il disingannato in liberato.Emile Cioran

Anonymous Writings

Domenica, Novembre 4th, 2007

Con questo post potrebbe partire una piccola “rubrica” periodica. Ma anche no.
Qui di seguito una cosa che scrissi tempo fa. 2003 mi pare.

Come al solito.
E’ lì sotto le lenzuola da tre ore, e non ha nessunissima voglia di uscire da quel letto così affettuoso. Non che abbia ancora sonno, ma la pennichella del pomeriggio è per lui qualcosa di straordinariamente assuefante. Una volta dentro, uscire è sempre un’impresa degna del miglior Indiana Jones. Se ne deve inventare una sempre diversa ogni volta per riuscire a svincolarsi da quell’agglomerato di soffice e deliziosa comodità . L’unica via di scampo sarebbe quella di trovare una motivazione pseudo-seria per alzarsi e, a volte, anche se c’è vale la pena restare sdraiati ancora, apposta, perché è una motivazione veramente indegna. Tipo il doversi mettere a studiare. O meglio, alzarsi per poter in teoria studiare. Sono anni infatti che non lo fa più. Non ne trova più lo stimolo, la pazienza, la voglia. Non ci riesce più. Non ne è più capace. E’ più forte di lui.

Le 19. Le 19 e qualcosa. Si deve alzare, dai. Ormai non riesce neanche più a star lì. E allora, tra lo stordimento più che generale, si alza e muove passi scoordinati stile barca in balia di una tempesta. Barcollando e rimbalzando di qua e di là nella stanza e attraversando il corridoio affidandosi alla sua buona stella, eccolo naufragare nella spiaggia a lui più congeniale. Comoda, larga, verde, con strumenti di intrattenimento e generi di prima necessità a portata di mano. Il divano. Quella stupenda oasi felice dove svegliarsi con calma e piacere, sgranocchiando qualcosa, sorseggiano qualcos’altro di compatibile e aggiornandosi tramite quella scatola nera di ventotto pollici posta lì di fronte, a portata di telecomando. Che anche se si cenerà tra un’oretta barra oretta e mezza, uno spuntino non fa mica male.

La mente è sgombra. Forse, anzi sicuramente, totalmente rincoglionita. Indubbiamente off-line, sconnessa dal mondo esterno. Lo sbalzo di temperatura dalla bedroom al soggiorno è rilevante, ma c’è tempo per abituarsi. Fuori da questo microcosmo rappresentato da lui e dagli oggetti inanimati che con lui stesso interagiscono c’è il nulla. Il nulla capace di non impensierirlo. Il cellulare è lì, di fianco alle sue oziose natiche, acceso e pronto all’uso; ma tanto si sa che non lo userà se non per guardare l’ora. Fino a sera. Non ha uno straccio di ragazza che gli telefoni o mandi un SMS e nessuna spasimante apparente. Gli amici di simil-avventure son sempre occupati, e i compagni di classe non lo chiamano per chiedergli i compiti o cose del genere, che tanto sanno che-lui-non-sa. Quindi figuriamoci.

Stasera niente allenamento, e se ci fosse stato forse non ci sarebbe andato lo stesso. Non per qualcosa, la pallavolo gli piace e gli è sempre piaciuta, ma è la solita instancabile pigrizia che lo frega. Cena veloce con uno sguardo alla televisione, ed intanto il pc è già bello che acceso e connesso alla rete. Non sta facendo niente, nessun processo in corso, ma è connesso. Forse c’è qualche canzone in coda sul programma P2P, ma comunque siamo sempre lì. Probabilmente c’è qualche butèl che sta cercando di contattarlo con MSN per far due chiacchiere, ma lui è di là stravaccato sul divano e non sente neanche il plin del pop-up microsoftiano.

Guarda qualcosa alla tv, un film, un telefilm, Quark, una partita, MTV, qualcosa. Finita la prima serata eccolo che si trasferisce trascinandosi in ufficio. Controlla la casella di posta elettronica, dà uno sguardo al suo blog, nota che non l’ha cagato nessuno come al solito, legge una decina di post tra quelli dei i suoi blogger preferiti, forse posta qualcosa anche lui. Se gli va. Se si ricorda cosa gli viene in mente durante la giornata, o più semplicemente se trova qualcosa da dire.

E naviga. Naviga senza meta in quella fitta rete di informazioni, immagini, notizie e curiosità che da qualche anno a questa parte lo ha stregato e ridotto dipendente. Internet per lui è come una droga. Non riesce a staccarsene. Nonostante che l’80% del tempo passato in rete è completamente perso e senza motivo. Ma a lui piace saltellare qua e là, di sito in sito (spesso sempre lo stesso, in loop), cazzeggiando.

Dopotutto è una bella cosa cazzeggiare. Il non far niente è qualcosa di estremamente liberatorio. Anzi no, liberatorio è qualcosa di diverso. Il non far niente, e il rendersene conto, provoca in lui una sensazione molto strana. Bisogna esserne capaci però. Di non far niente, si intende. Qualcuno diceva “Non fare niente è la cosa più difficile del mondo”. Ed è vero. Lui sta affinando l’arte. Ormai sente di essere diventato una via di mezzo tra l’apprendista e il guru del cazzeggio. Con ampi margini di miglioramento, un futuro roseo all’orizzonte, sotto quel punto di vista. Ci terrebbe diventare un maestro del non far niente, ma farlo bene. Sa che c’è gente che non ne è assolutamente capace. Sa che c’è gente che non riesce a stare un secondo ferma. A dir la verità certa gente gli sta anche un po’ sul cazzo. O per lo meno gli da fastidio.

Il non riuscire ad estraniarsi per un momento dal mondo esterno lo renderebbe pazzo. Lui ha bisogno del suo spazio, della sua tranquillità , del suo tempo. E’ essenziale. Ha bisogno del suo momento di relax. Ha bisogno del suo angolo di mondo, riparato e comodo, dove giacere e pensare. Pensare. Concetto strano da comprendere per molta gente al giorno d’oggi. Viviamo in una società in cui non si pensa, si fa è basta. E il perché non è dato saperlo. Pensare e rendersi conto di cosa si sta facendo, capire il perché lo si sta facendo son cose strane. Per tanti. Lui deve pensare. Lui necessita di quel riassunto mentale. Sa di aver bisogno di rendersi conto di ciò che ha fatto, sta facendo, vuol fare, deve fare, e farà . Senò sclera, signori.

Gli basta una poltrona, abbastanza comoda possibilmente, e della musica. Musica adatta la momento. Adatta al periodo. E adatta lui. Questa musica ovviamente cambia col tempo. Ma resta sempre e comunque la sua musica. Ne dovrebbe andare più orgoglioso. E’ l’unica certezza della sua vita, la musica. L’unica sicurezza e convinzione, l’unica verità. Cosa sarebbe per lui un mondo senza musica? Senza suono, senza ritmo. Senza comunicazione. Senza emozioni, sensazioni, percezioni, scoperte, invenzioni, condivisioni, scambi, interazioni, confronti, stimoli, vita. Meno male che non è immaginabile una cosa simile. Il vuoto e l’assenza, a volte, è di un annichilimento sconcertante.

Nonostante questo, comunque, si è reso conto che sa stare nel silenzio. Non dico che riesca a dominarlo, ma in ogni caso riesce a crearselo, mantenerselo e goderselo. Quasi una forma di rispetto. A volte ha bisogno anche del silenzio. Non sempre inteso come totale assenza di suono, sia chiaro. A volte il silenzio più bello è quello rappresentato dal solo fruscio del vento fra le foglie degli alberi, alti alberi che permettono di sdraiarsi sotto un’ombra paradisiaca in una splendida e tiepida giornata di sole.

Oggi il blog è stato giù per ore, ma la vita continua

Martedì, Luglio 10th, 2007

In compenso, al mondo esiste tanta di quella gente idiota che la metà basterebbe per un auto-genocidio. Totale.
La gente non capisce un cazzo. La gente non capisce veramente un cazzo.

La gente è un animale ottuso, pauroso e pericoloso.

Come le pheeghe

Venerdì, Giugno 22nd, 2007

Trovo pantaloni che non mi vanno più.
Mi metto sul balcone a prendere il sole.
Ho mal di testa e non dormo.
Sono incinto. O perlomeno lo sembro a causa della panza.

[PHEEGA è un marchio registrato Sentenziosi Inc.]

Flash post ritorno

Domenica, Marzo 14th, 2004

Comincio a pensare che non riuscirò a scrivere molto sulla gita a Praga appena finita. Non perché non ci sia niente da dire, anzi. E’ che non ne ho moltissima voglia, forse perché l’ho già raccontata a tanta gente..
Boh, vediamo domani pomeriggio.

Ora come ora mi viene solo da dire due cose: “Ma quanto basso è Costanzo?” e “Ma quanto esoso è il basso della tipa dei Verdena?”. Così, due flash nella mente..
C’è da dire che in questi due giorni ho proprio le scosse al cervello. Sarà stato il pinguino al 12esimo piano, tant’è che ho il cervello collegato a massa e delle sòle/bergamasche che girano ancora nello spazio lasciato vuoto dai neuroni persi in questi 5 giorni.
Ah sì, sono tornato. E forse era meglio che ci restavo a Praga và ..

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